Una chiaccherata con Franz (Wild Honey Records)

 

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Quando sto seduto al tavolo della cucina, probabilmente per l’abitudine di essere sempre in ritardo mentre faccio colazione, guardo almeno due o tre volte per paio di minuti la parete che mi sta di fronte, e controllo l’ora segnata dalle due lancette incorniciate da quel capolavoro di découpage RnR di orologio che mia mamma ha realizzato quando ero ancora bambino. Il manufatto consiste in ritagli di vecchi giornali, tra i quali ai tempi era finito un numero di Classic Rock con uno speciale su Sticky Fingers degli Stones, che mia mamma ha pensato bene di appiccicare insieme ad altre copertine di classiconi rock sul nostro orologio una volta giallo. Su una di queste, bianca e nera e la più visibile di tutte, campeggiano sei cazzutissimi australiani di cui mia mamma non conosce nemmeno la reale esistenza (e nemmeno io al tempo).  Sono i Radio Birdman, il disco è leggendario e si chiama Radios Appear. “Dovrei approfondirli” – penso – “sì, li conosco di nome, ma loro stanno a guardarmi ogni mattina da una decina di anni almeno e hanno sopportato e visto tutto quello che potevano della mia preadolescenza e adolescenza, ogni santa mattina. Ok, non sono più così assatanato di rock’n’roll, ma insomma meritano un minimo di attenzione anche solo per riconoscenza, e poi avevo letto qualche anno fa che sono gli Stones dell’emisfero australe, mi ricordo”. Bene, due o tre giorni dopo, la Wild Honey Records di Franz Barcella, un nome che rimbalzava qua e là da tempo nelle mie esperienze con la musica locale, fa una cosa bellissima: The Benefit of Things to Come è una compilation acquistabile su Bandcamp, i cui ricavati sono devoluti alla costruzione del nuovo ospedale da campo di Bergamo. Dentro so già che ci sono Bee Bee Sea, FREEZ, Miss Chain and the Broken Heels. Quello che però non so è che ci sono pure loro: i Radio Birdman in persona con un pezzo fino ad oggi inedito. Le canzoni mi piacciono moltissimo e sono affascinato dallo spirito di questa etichetta di Bergamo, che per questioni territoriali e mandando a quel paese gli stupidi campanilismi con Brescia, la mia città, mi inorgoglisce non poco. Con Franz sono già in contatto per l’articolo che ho scritto su Always Friends e allora mi va di chiedergli se ha voglia di aiutarmi nel realizzare un’idea che mi frullava dentro da un pochino: la prima intervista di questo blog. Lui accetta volentieri nonostante non ci conosciamo di persona e io mi prendo subito bene. Ci sentiamo su Skype e parto con le domande un po’ teso, cercando di essere professionale. Non ce la facciamo. Alla fine ne esce una chiaccherata amichevole e appassionata, parliamo ovviamente di musica, di vita, di punk. Un’ora e mezza che vola. Niente, per questa volta non la posso chiamare propriamente intervista e devo impegnarmi il più possibile per cercare di condensare le sue parole in questo articolo. In ogni caso, ho deciso di lasciarvi anche l’audio completo della nostra conversazione senza edit o correzioni. Solo le nostre parole così come ce le siamo scambiate.

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Ciao Franz. Entro subito nel vivo della questione. Com’è avere oggi un’etichetta indipendente con sbocchi internazionali basata in una città come Bergamo? E come ha impattato concretamente l’emergenza del covid con la label?

Ciao Edo. Innanzitutto credo che il mito della grande città sia per l’appunto solo un mito. Penso che la storia della musica indipendente, del punk, sia una storia che nasce intrinsecamente dalle province. Soprattutto in Italia, la provincia è sempre stata molto più impattante delle grandi città, da noi non esistono metropoli culturali. Se ci pensi, molte band che abbiamo vengono dalla provincia e portano con sé quel tipo di impatto e quel tipo di cultura. Mi vengono in mente, nel nostro piccolo, i Bee Bee Sea, da Castel Goffredo: nessuno ha mai fatto una colpa delle loro origini, anzi, è una cosa figa che coinvolgano tutta la loro cittadina, il loro circondario, che facciano concerti dal kebabbaro. Secondo me la narrazione è molto più romantica così. Ma soprattutto la cosa che mi interessa sottolineare è che si tende sempre a sminuirsi, mentre una delle cose che ti da il punk nella costruzione del tuo io è proprio l’andare contro il “normale”. E credo che la storia di Bergamo rappresenti bene tutto questo: è una città piccola e molto densamente popolata, eppure è una città che è diventata sempre più importante per il nord Italia negli ultimi 10 anni (pensa all’Aeroporto, all’Atalanta…). Forse all’inizio ci stava l’emulazione nei confronti dell’America, ma poi ho capito che le cose vere, le cose che tengono e che piacciono, sono quelle che comunque vengono ritenute “pure” dal punto di vista dell’etica, di come si fanno. Le più belle storie sono secondo me quelle degli underdogs, dei Rocky, dei Bad Religion che venivano sfottuti perché campagnoli e finti losangelini. Siamo un’etichetta piccola ma dura come la città di Bergamo. Per quanto riguarda l’impatto subito per questa emergenza, la manifattura dei dischi non è effettivamente sospesa, le stamperie possono ancora lavorare secondo il decreto ministeriale e i dischi che ho in progetto di fare potrei potenzialmente farli stampare. Il problema è quello che viene dopo: se i negozi di dischi restano chiusi e i distributori non possono operare, potrei spedire singolarmente del materiale, ma tutta la struttura che regge la distribuzione vera e propria non c’è e quindi sono costretto a ripianificare e posticipare alcune uscite. Le vendite sul sito sono però rimaste costanti. La questione più impattante, per me, è il fatto di dare un senso all’etichetta in questo momento. Ho pensato che realizzare qualcosa di speciale che possa essere positivo fosse la cosa giusta da fare, piuttosto che continuare come se nulla fosse con i progetti che avevo in cantiere o sospendere tutto.

E qui veniamo alla seconda domanda che avevo in mente: molti si sono fermati. Tu no. Perché?

Nei giorni scorsi si era accesa la discussione sul fatto che i musicisti dovessero fare un passo indietro nei confronti della pandemia… a me questa cosa fa incazzare! (ride) E ti spiego il perché: la trovo tremendamente moralista, ma non perché non capisco questo sentimento o la sensibilità di chi sostiene questa idea. Semplicemente odio quando si prende in mano un concetto importante come il rispetto e lo si usa come un’arma contro qualcosa, in ogni ambito. Io capisco il senso di queste posizioni, ma il problema è che ci si basa sempre su implicazioni e ragionamenti soggettivi e basati sulla sensibilità di ognuno: chi decide il lasso di tempo in cui essere rispettosi, le modalità per fare un passo indietro? Se qualcuno non vuole operare ne ha il diritto, ma imporre agli altri questa cosa sventolando il rispetto come una sciabola non mi va. Secondo me non è rispettoso invece considerare la musica come l’ultima delle cose importanti o comunque come qualcosa da sacrificare in questo momento. Non è rispettoso prima di tutto per i suoi lavoratori, e poi per l’importanza che ha questa cultura (perché di cultura musicale si parla) nella vita di molte persone. Se in questo periodo non avessi avuto i miei dischi, la mia etichetta e la mia passione, probabilmente la mia sanità mentale se ne sarebbe già andata a farsi un giro. Quando tutto va male ti aggrappi alle cose salde della vita e nel mio piccolo volevo lanciare un messaggio per far capire quanto possa essere positivo questo mezzo, questo veicolo culturale che riempie i vuoti di molte persone. Per questo abbiamo creato la compilation.

Mi sembra di aver capito che come immaginavo la filosofia, l’etica punk e il Do It Yourself siano colonne portanti della tua etichetta e del tuo percorso di vita in generale, è così? C’è qualcosa o qualcuno che ti ha dato un imprinting, che ti ha trasmesso per primo questo spirito?

Assolutamente, sono l’unica cosa che c’è a dire il vero! Guarda, le prime cose che mi hanno interessato, venendo da un’infanzia nella quale grazie a mia mamma avevo adorato Beatles e Beach Boys, erano la musica, la forma, il suono del punk: una folgorazione. Credo che quello che per me è cambiato davvero personalmente con il punk però sia questo: quando ero ragazzino, ero molto chiuso e introverso ma sicuro di me nel pensare che avrei potuto fare ciò che volevo, andavo bene a scuola ed ero riottoso. Quando però mi sono trasferito in città da Sarnico (il mio paese natale) per il liceo, mi sono ritrovato ultimo: non ero più il più bravo della classe, ero quello che perdeva. Mi trattavano male, non piacevo alle ragazze, non riuscivo ad ingranare e socializzare e mi sentivo un perdente. Questa sensazione me la ricordo ancora, e mi faceva male. La questione del DIY, della musica indipendente e di quel tipo di narrazione che secondo me è quella del rock in generale mi hanno portato ad avere fiducia in me stesso. Quando ho visto che esistevano tantissime persone che avevano la mia stessa passione senza avere paura o sentirsi giudicati, che facevano uscire fanzine completamente fatte in casa, organizzavano i propri concerti da soli e mi passavano le cassette, quello per me è stato un momento grandioso, che ha esercitato su di me una grande attrattiva. Ho veramente iniziato a fregarmene di tutto, per me esisteva solo quello e tutt’ora, nonostante le altre cose di cui mi interesso, è così. Credo che il punk sia come indossare degli occhiali per vedere il mondo e sinceramente poi capisci che questa strada fa veramente la differenza. Premetto, non mi sono mai sottratto agli studi più “tradizionali”, ho due lauree conseguite studiando gli esami mentre facevo il tour manager in giro per l’Europa. Ma devo anche essere sincero nel dire che se mi fossi basato solo su questo, non avrei ottenuto molto di quello che volevo veramente. 

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Un aspetto che mi colpisce della Wild Honey è il suo essere un’etichetta italiana ma allo stesso tempo molto internazionale. Non sono molte le label del nostro paese che possono vantare così tante pubblicazioni e rapporti con band estere, se ci pensi…

Guarda, a dire il vero secondo me invece alla Wild Honey non siamo molto bravi nel dare questa idea della nostra etichetta. Non voglio essere polemico, ma sinceramente vedo tante etichette italiane che, pur facendo molto meno di noi, fanno trasparire molto di più. Questo secondo me è un loro pregio, riescono a fare questa cosa meglio di noi, anche se stiamo migliorando col tempo. Il fatto che abbiamo un alto numero di artisti stranieri è una questione che non mi sono mai posto per un motivo: la mia idea di base è sempre stata quella di pubblicare dischi prima di tutto di gruppi che mi piacevano. Ho iniziato per fare uscire i Mojomatics, il gruppo italiano con cui giravo. Il caso poi ha voluto che mi soffermassi su alcune zone particolari: il midwest americano, il Texas, alcune influenze dall’Australia, gruppi del giro Lost Balloons, Bad Sports. Ma questo è molto legato ai miei gusti e alla fortuna del momento: lavorando con la Otis Tours, ho allacciato tanti rapporti e sono riuscito a fare dischi con gli artisti che avevo conosciuto. Alcune cose sono capitate veramente per caso. Non l’ho ancora annunciato, ma il prossimo 7 pollici che farò uscire sarà dei Black Lips! Quando ero ragazzino, ci ho suonato più volte insieme sempre con i Mojomatics e ho organizzato i loro primi concerti in Italia. Solo per il fatto di essermi trovato lì in quel momento, anni dopo siamo ancora in contatto e posso permettermi di chiedere: “hey, vi va di uscire con la Wild Honey?”, nonostante i contratti che hanno. Credo che sia questa l’attitudine DIY della mia etichetta: prova, scrivi, al massimo ti dicono di no!  (ride)

Leggendo la descrizione della Wild Honey Records su Bandcamp, si capisce il tuo attaccamento al rock’n’roll a 360 gradi. Qual è la cosa più rock’n’roll che tu abbia mai visto o vissuto?

Questa è una domanda difficile! Fammi pensare un secondo, ho diversi aneddoti in mente… Ti racconto di una cosa alla quale ripensavo di recente: io e mio fratello Brown, con un’altra serie di persone, avevamo iniziato a fare feste in casa nella zona di Sarnico, soprattutto quando i genitori partivano per l’estate. Quando siamo venuti a conoscenza di avere a disposizione il parco del paese, che da sul lago, ci siamo trasferiti lì e ci siamo detti: “perché non ci organizziamo anche dei concerti?”. Così sono nati Ghost Lake Parties, una serie di eventi segreti e totalmente illegali a Sarnico. Chi veniva pagava un ingresso fisso e poteva bere tutto ciò che avevamo comprato. E alla fine siamo riusciti ad avere un sacco di artisti strafighi tipo Nobunny e Langhorne Slim, perché lo facevamo solo un paio di volte all’anno ed era diventata una cosa speciale per tutti noi. Non solo questa cosa era totalmente wild, con due o trecento persone che facevano festa a caso senza nessuna autorizzazione, ma una volta è andata particolarmente male: ha piovuto tutto il giorno, avevamo perso soldi, eravamo presi male e ci eravamo rifugiati sotto un tendone. Verso le nove di sera, chiediamo a questo artista americano folk che era venuto a suonare di farci qualcosa in acustico, e ci mettiamo lì ad ascoltarlo con le nostre birrette. Mentre succede questa cosa, arriva mio fratello e mi dice che era arrivata la tipa della SIAE, nonostante ormai fosse tutto chiuso, non avevamo nemmeno potuto suonare e la festa era finita da un po’. Allora le vado incontro e le chiedo cosa ci fosse che non andava… lei risponde tirando fuori da una cartelletta la stampa dell’evento facebook del Ghost Lake Party e ci accusa di non avere nessun permesso per organizzare una festa di quel tipo. E io in quel momento non so davvero cosa mi sia venuto in mente, ma sono andato subito dai miei amici e ho detto: “ragazzi c’è sta tipa della SIAE che ci rompe i coglioni, bisogna affrontarla!”. Al che, l’abbiamo circondata e io ho iniziato a farle una sclerata vergognosa, una roba di cui mi pento amaramente. L’ultimatum è stato: “o ti levi, dato che siamo qui semplicemente ad ascoltare un po’ di musica tra amici, o ti buttiamo nel lago!” e la gente aveva iniziato ad inneggiare tipo “Lago! Lago!” (ride). In realtà poi è finita bene e abbiamo risolto, ma solo l’idea di averla minacciata così ancora oggi i miei amici me la rinfacciano. E pensare che ora, avendo l’etichetta, ho degli ottimi rapporti con i funzionari SIAE della mia zona. “Ma come? non li butti nel lago questi qua Franz?” (ride)50996762_2288452217854873_6812799797771108352_o

Mi dici un artista o disco che ti ha fulminato e uno che invece hai dovuto assimilare ma che in ogni caso ti ha segnato?

Allora, venendo comunque dal punk rock anni ’90, nel primo caso ti direi Dookie dei Green Day, And Out Come The Wolves dei Rancid o Don’t Back Down dei Queers. Mi ricordo che queste sono state le prime cassette che mi rendevano felice di potermi svegliare la mattina e andare sul pullman per un’ora solo perché potevo ascoltarle. Nel secondo caso, onestamente credo di aver dovuto assimilare interi generi, che ho capito solo dopo. Penso che i Reigning Sound, gli Oblivians e tutto quello che ha scritto in generale Greg Cartwright mi abbia fatto innamorare solo in un secondo momento.

Tre dischi imprescindibili per te che consigli a chi segue il blog?

Sam Cooke con Live At The Harlem Square per la storia e tutto il retaggio rnr, soul e RnB, Time Bomb High School dei Reigning Sound per l’attitudine DIY e il sound più garage rock e il debutto dei Ramones, punto d’origine di tutto il punk rock.

Ultima domanda: la musica ti ha mai salvato la vita?

Assolutamente, ogni giorno. Mi ha salvato quando ero ragazzino e dovevo alzarmi per andare a scuola e facevo schifo, quando non sapevo dove andare, mi ha rincuorato quando ero sconfitto… Tutta questa cultura ti riempie ogni vuoto della vita. Quando ho iniziato a conoscere persone che avevano la mia stessa passione, non vedevo letteralmente l’ora di vederle per poter parlare di musica insieme e condividere la mia passione con loro, e così sono nate le mie amicizie. Credo che portare la musica nelle vite delle persone sia una delle cose più belle che si possano fare, e ovviamente è anche lo scopo della mia etichetta. Sai, per tornare ad una domanda che mi hai fatto prima, è sicuramente molto bello far uscire dischi da tutto il mondo, ma la soddisfazione che mi da far uscire roba locale come i Bee Bee Sea o i FREEZ è sinceramente più grande di quella che provo con gruppi più conosciuti. Quando ho visto i FREEZ presentare il disco nuovo al Lio, mi sono commosso. Io veramente spero che tutti quei ragazzi riescano a girare e fare quello che sognano, e sapere di poterli aiutare ti da una motivazione in più.

Ah, una curiosità: ci spieghi come ti è venuto il nome dell’etichetta?

Praticamente rappresenta una serie di cose che mi piacciono: il miele, il disco dei Beach Boys che porta lo stesso nome e in più ho pensato che potesse essere una buona metafora che conciliasse un lato più melodico, dolce (honey) e l’energia del rock’n’roll (wild).

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Qui puoi ascoltare la nostra chiaccherata per intero:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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