Mark E Smith – Il profeta del rock diverso

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La rabbia, il pub, il cinismo, la passione, la violenza, l’autodistruzione. Ci sarebbe così tanto da scrivere su Mark Edward Smith. O forse no, e probabilmente a lui andrebbe bene così. Non reputo un compito facile parlare di lui e ancora meno lo è cercare di descrivere la sua creatura: i The Fall. Eppure, la fascinazione per la sua persona e per il suono della sua band mi spinge a farlo. Ci tengo a precisare che questo pezzo non è concepito come un’esaltazione dell’uomo Smith, ma piuttosto come una sincera celebrazione della sua arte e al tempo stesso una sorta di “reportage” su un fenomeno che, negli ultimi anni, ha interessato un folto numero di gruppi della scena indipendente europea.2bd15afe-489b-4b0e-819f-0b1af13164ed_1510790400

Mark E Smith è un uomo estremo. Estremo nelle passioni, estremo nei rapporti, estremo nelle idee, estremo nei comportamenti. Quando è sul palco sputa nel microfono cose estreme, ma anche cose comunissime. A volte esprime cose comunissime in modo estremo e a volte esprime cose estreme in modo comunissimo. La sua cantilena abrasiva, parlata, urlata, martella nelle orecchie quando la puntina entra nei solchi del disco (I don’t sing I just shout, all on one note). Mark E Smith è un uomo di Manchester, con un fegato gigante e una boccaccia che non sa mai stare zitta. Mark E Smith è, nel suo fregarsene di ogni moda, un’icona. Eccolo nell’immaginazione di qualsiasi indie rocker che voglia sentirsi degno di essere chiamato tale con la sua camicia nei pantaloni, il suo maglione a quadri, il suo giaccone in pelle e il ciuffo schiacciato su quella faccia da lucertola inglese incazzata, due occhi inchiodati di cui uno sempre un po’ più chiuso dell’altro. Mark E Smith è un profeta e per capirlo basta leggere qualche verso di Totally Wired, forse il pezzo summa della band. Consumismo, paranoie, dipendenza, industrializzazione, inquinamento, monotonia: la vita moderna insomma. Il suono dei The Fall è profetico, e forse qui è bene ascoltare due volte prima di parlare. Nonostante venga spesso etichettata come post punk, la band condivide di fatto con questo termine solo il contesto nel quale, a differenza di chiunque altro, ha anticipato di almeno 10 anni il suono che poi diventerà, sicuramente anche con il contributo di altri, quel rock diverso che farà senza troppo preavviso irruzione nel mainstream solo nei primi anni ’90. Che dire poi della loro mastodontica produzione e dei loro frenetici e costanti cambi di formazione, con Smith come denominatore comune rigorosamente al ponte di comando. I The Fall appartengono, insomma, a quella ristrettissima cerchia di artisti definibili a mio parere”seminali”, al pari di nomi come The Velvet Undergound, The Stooges,  The Jesus and Mary Chain Sonic Youth.the-fall-fr27-jf

Non c’è da stupirsi quindi se i semi piantati dai The Fall quarant’anni fa stiano fiorendo ancora oggi, a poco più di un anno dalla scomparsa di Mark E Smith, dal sottosuolo rigorosamente indipendente. Subito qualche nome: Fontaines DC, Shame, The Murder Capital, IDLES, Fat White Family, Parquet Courts, Sleaford Mods, Fat White Family… gruppi nella maggior parte dei casi giovani che ad oggi, nel 2019, avvertono ancora fortissima l’influenza di questo sound sviluppandolo in modo multiforme. A volte si tratta di temi trattati, altre volte di produzione o attitudine, ma in ogni caso sembra esserci il desiderio di riscoprire l’opera dei The Fall, di considerarli ancora solidi punti di riferimento per esprimere un contenuto di valore o semplicemente per imbracciare degli strumenti. Il motivo è probabilmente, come già sottolineato in precedenza, il carattere innegabilmente “pionieristico” dell’arte dei The Fall, ma sicuramente un altro fattore importante delle contaminazioni che questa band continua ad avere oggi è la sua produzione, che raccoglie, solo in studio, una quarantina di lavori multiformi, innovativi e rigorosamente di alta qualità.

Così ho deciso di allegare a questo articolo una playlist che raccoglie quelli che secondo me sono i pezzi – chiave della loro discografia, insieme a qualche preferenza personale e ad una manciata di pezzi di quelle band “calde” che, al momento, sembrano ispirarsi di più ai The Fall. Ad essere sincero, ammetto che il dover scegliere un numero ristretto di pezzi va secondo me in contraddizione con l’attitudine che bisognerebbe avere nell’ascolto di questa band. A questo proposito mi sembra opportuno citare il buon John Peel, che disse più o meno così: “Non esiste un disco di partenza nella discografia dei The Fall, dovete averli tutti: dal più conosciuto al bootleg live più grezzo”. Questa playlist non è dunque altro che un invito all’esplorazione del Wonderful and frightening world of Mark E Smith.

Ascolta “Mark E Smith by pizzediliquirizia”

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