6 dischi da ricordare nel 2018

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Da marzo di quest’anno mi considerano adulto. Il 2018 è stato per me l’anno in cui credi che molte cose cambieranno, ma alla fine non cambia quasi niente. Non è cambiata neanche la quantità di musica che ho ascoltato. Anzi, forse non ne avevo mai ascoltata così tanta prima. Mi sembrava bello quindi parlare di alcuni dischi pubblicati quest’anno, un po’ perché ho sempre trovato musica neonata a tenermi compagnia e un po’ perché mi piaceva in qualche modo l’idea di fissare con le parole quello che ho provato nell’ascolto di musica pubblicata in un anno che, nella vita delle persone, viene considerato importante o quantomeno un po’ speciale. La lista (che brutta parola) che segue raccoglie quindi 6 album pubblicati quest’anno che ho ascoltato tanto o che comunque mi sono piaciuti per qualche motivo. Una cosa piuttosto personale, senza un ordine preciso e con la speranza che qualcuno, leggendo, possa magari scoprire qualcosa di nuovo. Non so perché mi sia crucciato per restringere le mie scelte a 6, ma le classifiche si fanno tutte sotto forma di top 10 e non mi piacciono le classifiche. Bisogna comunque tenere in considerazione che ho omesso qualcosa di cui avevo già parlato qui (ad esempio gli IDLES) e che ho cercato di variare il più possibile in mood e genere. Buon appetito.

Parquet Courts – “Wide Awake!” (indie rock // Rough Trade)

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I Parquet Courts vengono da Brooklyn e suonano un po’ tutto. Il loro talento multiforme e cristallino l’hanno già dimostrato negli ultimi anni con dischi come Human Performance Sunbathing Animalintelligenti miscele di rock, garage, post punk e tutto ciò di buono che è uscito dalla scena alternativa americana da quando Greg Ginn decise di dare vita all’avventura Black Flag. Con Wide Awake!, però, approdano a un livello  ancora più alto del loro sound che trasuda New York da tutti i pori. A questo giro alla pozione si aggiungono un irresistibile gusto pop e allo stesso tempo l’urgenza di superare i propri limiti, qualche ricamo funkeggiante e addirittura un pizzico di psichedelia. Il tutto punzecchiato dai testi spigolosi di Andrew Savage, che potrebbe benissimo ergersi al ruolo di Ian MacKaye dell’anno. Si sentono i Pixies,Fugazi,Pavement, i Talkig Heads, con reminiscenze dei Ramones sparse qua e là, ma tutto in chiave perfettamente moderna. Un disco Manhattiano che, divorato durante un viaggio nella Grande Mela questa estate, mi ha dato l’impressione di respirare la stessa atmosfera vibrante che mi immagino idillicamente all’uscita di Marquee Moon nel ’77. Giuro che non sto esagerando.

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Melody’s Echo Chamber – “Bon Voyage” (neopsychedelia // Fat Possum)

bon voyage

Quando le lacrime di un angelo fanno danzare la neve. Cross my Heart attacca. Benvenuti nella foresta incantata di Melody Prochet. Il Voyage è iniziato ed è lisergico, dolce e malinconico allo stesso tempo. La voce della giovane francese ti prende per mano e subito ti crei un mondo parallelo piccolo ma vastissimo che si sviluppa pezzo dopo pezzo. Attorno a te morbidezza e malinconia, poi fuzz acidi e di nuovo bassi ciccioni. Dire che il disco è avvolgente significherebbe sminuirne il valore. Ovunque ti giri trovi psichedelia e ancora psichedelia. Ma Melody non soffre del male che spesso attanaglia il genere: la sua è audace, sfrontata, non scimmiotta il seppur glorioso passato. Ed eccola allora alle prese con beat elettronici, parlati, flauti, violini, inglese, francese. Il tutto si condensa in un’esperienza musicale davvero unica. E Quand les larmes d’un ange font danser la neige vince il premio di miglior titolo dell’anno per un brano.

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Earl Sweatshirt – “Some Rap Songs” (alternative hip hop // Columbia – Tan Cressida)

some rap songs

Non mi reputo un esperto di musica o più generalmente cultura hip hop. Quando ho ascoltato per la prima volta il nuovo disco di Earl Sweatshirt, però, ho capito subito che quello che arrivava alle mie orecchie non era qualcosa di esattamente ordinario. Ripeto, non sono troppo abituato al rap, eppure c’era qualcosa che proprio non tornava in quell’album. Sta di fatto che, dalla sua pubblicazione il 30 novembre, l’ho ascoltato sempre di più e soprattutto sempre più intensamente. Ancora una volta la stortezza, l’inesattezza, la ruvidità mi avevano fatto innamorare di un’opera d’arte. Earl, d’altronde, è sempre stato un diverso, un outcast. Membro di quel talentuoso crogiolo di creatività e skating che è il collettivo Odd Future, capace di sfornare genietti – star come Tyler, the Creator, Frank Ocean e Domo Genesis, Earl spicca per il suo fascino introverso e in qualche modo alienato. L’ansia, la depressione e la morte del padre a inizio 2018 sono più che mai vive in Some Rap Songs. Nell’anno della definitiva consacrazione internazionale della trap e dopo un lungo silenzio, il rapper ventiquattrenne torna con 15 frammenti direttamente dalla sua cruda realtà per un totale di circa 25 minuti di musica. I beat sono scarni, la produzione grezza, il rapping sembra a mala pena sbucare dai solchi del disco, non esistono ritornelli, non esiste via d’uscita. Earl è nudo, la sua consapevolezza mette quasi angoscia. Il suo lavoro, così semplice, ipnotizza per il modo nel quale i pezzi sfociano l’uno nell’altro, per i samples che sembrano risalire a vecchie cassette audio impolverate e per la sincerità dei temi trattati, che colpisce duro.

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Shame – “Songs of Praise” (post punk // Dead Oceans)

songs of praise

Il 2018 ci ha portato via Mark E Smith e mi piace pensare che il suo testamento musicale stia in quella fioritura di band accomunate dalla stessa attitudine che quest’anno si sono guadagnate, rigorosamente sgomitando sul campo, l’attenzione di una fetta piuttosto grande dell’universo “indie” internazionale. IDLES, Preoccupations, Slaves, Girl Band, Fontaines Dc, The Murder Capital, Iceage e Shame per primi, infatti, sono solo alcuni dei nomi “caldi” che devono molto al post punk profetico dei The Fall. Songs of Praise, d’altronde, sbandiera due marchi di fabbrica dei dischi – pietre miliari post punk a cavallo tra anni ’70 e ’80: la marcata britishness da un lato e un sound decisamente live dall’altro. L’album inizia con il riff minaccioso di Dust on Trial e, quando il pezzo esplode qualche secondo dopo, è facile immaginarsi il frontman Charlie Steen sbracciare sul palco come una specie di Ian Curtis del 2018 tarantolato e in fissa con Johnny Rotten, con tanto di anfibi e bretelle in pieno stile This is England. Se però la musica dei cinque ragazzi di South London mantiene una certa connotazione geografica, c’è anche da dire che alla loro corteccia punk aggiungono raffinate sfumature indie rock che sono probabilmente il valore aggiunto di un debutto speciale e raro nella sua compattezza e catchiness. Un disco che ho letteralmente consumato e che mi ha lasciato senza parole per la maturità dimostrata dai lads già alla prima pubblicazione.

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Beach House – “7” (dream pop // Sub Pop)

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Alla pubblicazione del nuovo disco, i Beach House si presentano come i maestri del pop sognante degli ultimi 10 anni. Malinconia, dolcezza e mari di riverberi sono gli ingredienti di una colla magica difficilmente removibile una volta attaccata alla corteccia cerebrale e con il duo di Baltimore non delude di certo le grandi aspettative dei fan. Alle mie orecchie, la band si riconferma con questo disco più che degna di raccogliere il pesante testimone di Slowdive & co con il suo vasto shoegazin di synth e chitarre elettriche, di beat elettronici e batterie acustiche. L’elemento più affascinante del sound Beach House sta proprio in quella capacità di comunicare qualcosa di estremamente intimo trasportando chi ascolta in una sorta di sterminato universo metafisico. I suoni arrivano da un luogo accessibile solo da quella sottile linea tra sogno e realtà. Nota di merito per Lemon Glow, uno dei pezzi che mi sono cantato di più sotto la doccia.

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Blood Orange – “Negro Swan” (alternative RnB // Domino) 

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Dev Hynes è un cantante, polistrumentista e produttore inglese e Negro Swan è il suo quarto lavoro pubblicato a nome Blood Orange. In questo disco Hynes dà pieno lustro a un talento impossibile da trascurare per ogni appassionato di musica e allo stesso tempo lascia intravedere un gusto pop fuori dal comune e di altissima qualità. Un talento raro e puro, per l’appunto, in grado di sfoggiare con classe una summa sonora di neosoul, RnB, hip-hop, funk, nu jazz e indie rock in un album dalle atmosfere chill. Attenti, quindi, ad ascoltarlo in pubblico, perché vi potreste trovare a ballare sul groove di Orlando o a fischiettare la melodia di Dagenham Dream senza rendervene nemmeno conto. A quel punto tutti vi starebbero guardando di traverso, magari qualche vecchietta alla fermata del bus pure con apprensione. Ma alla fine che male c’è. Sta di fatto che Negro Swan, a mio parere, si è rivelato uno dei dischi più singolari dell’anno, nonché un attestato di dove sia arrivata, nel 2018, quel grande patrimonio universale che è la musica “nera”.

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Ascolta la mia playlist con i dischi dell’anno che ho ascoltato di più

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