Le danze notturne di Pier Paolo Pasolini, a 45 anni dalla sua morte

Voi non mi conquistate
con le gioie o i terrori
dei freschi silenzi
vostri, stelle invecchiate.

E non mi trepidate,
gelide, nel fiore
dove impera un Ardore
dolce, la mia esistenza.

Ma con voi è lontano
(no, non piango, non rido)
in questo cielo di Dio
che io non so né amo.

Nella notte tra l’uno e il due novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini viene assassinato sul litorale di Ostia. Il fatto che qualcuno abbia deciso di porre fine alla sua esistenza sulla Terra proprio nella notte dei Santi, mi porta sempre a ridimensionare la sua scomodità intellettuale, la sua incomprensione, il suo “essere corsaro”, trasfigurando questi tratti inalienabili della sua persona ad un livello parecchio discusso fin dal mattino del tre novembre di 45 anni fa: quello del martirio. Il mistero che avvolge quel massacro, la pista che incrimina alcuni esponenti dell’MSI romano, l’ipotesi della reazione d’odio di Pino Pelosi, la pesante accusa del delitto di Stato non sono però il modo in cui mi piacerebbe ricordare il poeta, scrittore, critico, regista, uomo Pasolini. Non in questa sede, per lo meno. L’inclinazione fagocitante verso la scoperta di musica sempre più nuova e “oscura” mi porta piuttosto a voler prendere un po’ di spazio per fare luce su ciò che, insieme alla sua grande essenza profetica, rende, secondo me, ancora oggi estremamente affascinante il pensiero, l’opera, l’essere pasoliniano: la sua poliedricità.

Pier Paolo Pasolini fotografato da Dino Pedriali

Pier Paolo Pasolini, che di notte viene ucciso, scrive, tra i testi che nel 1958 verranno raccolti in L’usignolo della Chiesa Cattolica, una poesia intitolata Notturno. In qualche altra notte di dieci anni più tardi, durante la quale mi piace immaginare PPP intellettualmente al lavoro sulla realizzazione della pellicola Teorema o ricurvo a scrivere pagine illuminanti di critica sulle vertigini che in quell’anno sembrano portare la barcollante Italia verso qualche tipo di cambiamento (raccolte poi nel consigliatissimo Il Caos, pubblicato da Garzanti), l’arrangiatore e musicista Ettore De Carolis sta probabilmente partorendo il progetto della “violaccia”. Questo inedito strumento ad arco, accompagnato dalla chitarra più ortodossa di Gianfranco Coletta, è ascoltabile nel solo e irripetibile opus prodotto da quell’avventura lisergica che egli stesso decide di chiamare Chetro&Co: il singolo Danze della Sera/Le Pietre Numerate, pubblicato dalla Parade di Vincenzo Micocci. Il 45 giri circola quasi esclusivamente tra l’élite intellettuale romana ma non vende pressoché nulla, il gruppo si esibisce in poche jam alla presenza di Mario Schifano e la sua cerchia e si scioglie molto presto. De Carolis lavorerà con Francesco Guccini, Claudio Lolli e Alan Sorrenti, Coletta (solo brevemente) con il Banco del Mutuo Soccorso. Il singolo, però, è destinato in qualche modo a diventare prezioso, non tanto per il valore economico e la rarità che assume, grazie ai collezionisti, nel corso dei decenni, ma per l’artisticità del lavoro dei due, che sta tutta, a mio avviso, in una serie di legami storici e culturali che questo oggetto rappresenta, oltre che nella qualità avanguardista della musica suonata. Se da un lato ancora oggi il collage beatlesiano di copertina affascina per la visione internazionale e psichedelica del gruppo (spuntano, tra gli altri, gli Stones, Dylan, Allen Ginsberg, John Coltrane e Miles Davis), è ascoltando attentamente il lato A del disco che ci si rende conto, chiudendo un cerchio aperto nella prima parte dell’articolo, di come, all’insaputa di molti, Chetro&Co siano riusciti a trascinare Pier Paolo Pasolini, a tutti gli effetti, anche nell’arte della musica. Nella parte finale di Danze della Sera (non a caso sottotitolata Suite in Modo Psichedelico), De Carolis sceglie proprio di cantare integralmente Notturno, mostrando come la poesia pasoliniana sia facilmente trasponibile in testo per musica, una veste del tutto inedita per l’intellettuale-Pasolini, che mai prima di allora aveva concesso le sue parole a qualcuno che avesse intenzione di inciderle su disco. E, come se non bastasse, un bizzarro Pasolini-Calciatore-Pop fa capolino tra i volti e le figure più o meno conosciute del retro-copertina, un’immagine che alimenta la fascinazione per un pensatore che, d’altronde, con e contro la società e la cultura di massa ha sempre combattuto.

Danze della Sera, insieme al saltellante riadattamento di Milestones di Miles Davis Le Pietre Numerate sul lato B, è a mio avviso il punto più alto della fugace psichedelia che, in bilico tra influenze etniche, garage, beat e venature più o meno pop, agita la seconda metà degli anni ’60 italiani con dischi come Stereoequipe dell’Equipe 84 (uscito però quasi integralmente dalla penna di Battisti e Mogol), Ad Gloriam de Le Orme e Dedicato A de Le Stelle di Mario Schifano, nei cui ringraziamenti compare, guarda un po’, proprio Pier Paolo Pasolini.

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