Fugazi – “In on the kill taker”

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Fucked Up, Got Ambushed, Zipped In. È il 2015 quando un neo adolescente in overdose di Red Hot Chili Peppers li sta venerando con il suo ormai quotidiano binge watching dell’almeno 55% di tutti i video presenti sul Tubo a tema Peperoncini. Più precisamente guarda un live e come al solito pensa che non esiste proprio, Flea non può essere umano, non può essere Terrestre. Però quel giorno qualcosa in particolare lo colpisce e stavolta non sono i capelli colorati o la miriade di tatuaggi che coprono il corpo del suo “eroe bassistico”. È qualcosa che non aveva mai notato prima, una scritta che svetta sopra la montagna di adesivi appiccicati sul suo basso, che ne è letteralmente tappezzato. È una parola che a dire il vero trova piuttosto stramba ma in qualche modo anche familiare: FUGAZI. Qualche tempo dopo arriva la fissa Pearl Jam e ancora una volta il ragazzino si sta drogando di YouTube. C’è Eddie Vedder che tiene in mano un disco e da quel poco che capisce dal suo americano serrato sembra che ne stia parlando proprio bene. Forse dice addirittura che gli ha salvato la vita. “E figuriamoci se un pezzo di plastica rotonda potrà mai avere questi poteri magici “. Però su quel disco c’è scritto FUGAZI e poi un titolo che il divoratore di pixel non afferra proprio. Poche settimane dopo esce un documentario dei Foo Fighters che si chiama Sonic Highways e sì, il ragazzo sta consumando pure questo con una certa voracità. Dave Grohl parla del punk di Washington DC. Ma come? Sì, ancora FUGAZI.

Bene, quella specie di adolescente manco a dirlo era il me di tre anni fa. Finalmente mi decisi a digitare su Explorer quelle sei lettere che il destino aveva deciso di ripresentarmi in modo così ostinato. Cliccai sul primo link totalmente a caso e mi ritrovai sullo schermo la copertina di quell’album tanto amato da Eddie. Suonava come qualcosa che non sapevo ancora definire, ma che dopo qualche minuto mi resi conto essere quello che avevo aspettato di ascoltare fino a quel momento, un sound concreto, scattante, sincero e in un certo senso istantaneamente iconico. Colpo di fulmine. Poi fu Bad Brains, Minor Threat, Positive Mental Attitude, Black Flag, hardcore, Dischord Records, Do It Yourself… In quel momento però onestamente ignoravo che tre anni dopo quella parola sarebbe diventata una delle certezze della mia vita di quasi uomo, oltre che sinonimo di orgoglio indipendente, di prezzi di dischi e concerti fin troppo popolari, di opposizione al monopolio delle major, di rifiuto nei confronti di qualsiasi tipo di droga, di impegno civile, politico e sociale, di girare il mondo a bordo di un van e caricare e scaricare ogni sera i propri strumenti senza mai fermarsi per più di dieci anni, di non sbagliare discograficamente neanche un colpo. FUGAZI è uno stile di vita, è un’ancora di salvezza, è incarnare in tutto e per tutto la mentalità Our band could be your life, come direbbero i Minutemen di History Lesson pt 2.

Salto a ritroso nel tempo. È il 1993 e Guy Picciotto trova una lettera abbandonata per strada. È densa di parole senza senso ma decide di conservarla lo stesso. Guy negli anni Ottanta ha militato in band seminali di Washington DC come Rites of Spring e One Last Wish e ora è il frontman dei Fugazi insieme a Ian Mackaye, a sua volta fondatore dei leggendari Minor Threat e degli Embrace, oltre che boss dell’etichetta completamente DIY Dischord Records. Insieme al bassista Joe Lally e al batterista Brendan Canty e con alle spalle già due EP e due LP di un certo calibro gli antieroi dell’underground vanno a Chicago per registrare il loro terzo album affiancati dal producer Steve Albini, il guru del rock rumoroso. Le sessioni inaspettatamente si rivelano tuttavia un mezzo passo falso e così la band scarta il materiale, torna a DC e registra tutto da capo con più calma, lasciando “respirare” le canzoni. L’album è finalmente pronto quando a Guy torna in mente una frase di quella lettera anonima e la band decide di stamparla in copertina: In on the kill taker. La bomba è sganciata. In quel maggio del 1993 i Fugazi sconvolgono il panorama indipendente con un disco di una bellezza ammaliante, che probabilmente rappresenta il punto più alto della loro immacolata carriera. Una perfetta fusione tra l’affascinante rabbia post hardcore degli esordi e l’audace sperimentazione che verrà. È il primo passo verso il completamento di un’evoluzione sonora e stilistica che conosce ben poche rivali nell’universo punk. La puntina si adagia nei solchi del vinile e dopo pochi secondi si ha la sensazione che la band si trovi veramente all’apice della propria creatività, dominando dalla punta di quell’obelisco che si intravede in copertina la Metropoli, una DC viscida, corrotta e claustrofobica. I feedback lampeggianti dell’iniziale “Facet Squared” dimostrano fin da subito la rinnovata ambizione del quartetto prima che la voce animalesca di Ian e il basso tagliente di Joe riportino l’ascoltatore ai tempi dei Minor Threat tramite un vero e proprio schiaffo sonico. Non c’è tempo per rifiatare. La frustrata “Public Witness Program” è guidata dalla voce nervosa di Guy e introduce fin da subito una delle cifre stilistiche più caratteristiche dei Fugazi. Il continuo alternarsi e talvolta anche incrociarsi delle voci e delle chitarre di Mackaye e Picciotto, così diverse eppure così perfette insieme. È tempo di dare un giro di vite e allora ecco “Returning the Screw”, prima ipnotica e poi vomitante rabbia pura. “Smallpox Champion”, degna di essere cantata sotto un’ipotetica doccia al napalm, precede i saliscendi vertiginosi di “Rend It” e annuncia la sezione più ambiziosa del disco, dedicata al noise selvaggio à la Sonic Youth di “23 Beats Off” e alla slintiana “Sweet and Low”. Il secondo lato non è da meno e dopo il groove post punk di Cassavetes” e la furia hardcore di “Great Cop” arriva l’accoppiata mozzafiato di “Walken’s Syndrome” e la strisciante e ostinata “Instrument”. La decadente finale “Last Chance for a Slow Dance” sembra invece essere scritta apposta come coda perfetta per un album monumentale.

Volevo raccontarvi uno degli LP che ho appoggiato di più sul piatto del mio giradischi, ma ho finito per scrivere una lettera d’amore per quello che è stato senza ombra di dubbio uno dei gruppi più importanti e influenti dell’altra musica rock. O almeno questa è la mia impressione di giovane e affascinato ascoltatore. Fucked Up, Got Ambushed, Zipped In.

Bury your heart US of A / History rears up to spit in your face / You saw what you wanted / You took what you saw / We know how you got it / Your method equals wipe out

 

ANNO: 1993
ETICHETTA: Dischord Records
GENERE: post hardcore, alternative punk, indie rock, noise rock
Ascolta l’album

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