King Krule – “The Ooz”

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Se si potesse definire la seconda fatica discografica del poliedrico ginger londinese con una metafora, allora forse potrei dire che ascoltare questo disco è come immergersi sempre più a fondo in un sonno scosso da sogni di spirali blu come la copertina dell’album stesso. Le spirali sono le 19 tracce che offrono a chi ascolta la possibilità di sperimentare attraverso poco più di un’ora di musica la realtà di Archy, una realtà fatta di solitudine,  flussi di coscienza nauseati e fantasie sempre a metà strada tra subconscio e realtà. Ma la verità è che inquadrare in qualche modo questo disco dalle tonalità notturne è impossibile e il suo essere “storto” in tutti i suoi aspetti è proprio il suo misterioso fascino: strutture sempre più lontane dal pop, atmosfere jazzy, influenze hip hop e impeti post punk conditi con l’inconfondibile voce a volte cavernosa, a volte soffice e a volte graffiante di un uomo che incredibilmente ha solo 24 anni vanno a costituire la formula vincente del disco. Il bad trip di King Krule (conosciuto fin dall’età di 17 anni anche come Zoo Kid e Edgar The Beatmaker) è un piccolo seme che si deposita nell’orecchio e, germogliando ascolto dopo ascolto, lentamente si incolla alla corteccia cerebrale per creare un immaginario alieno e fumoso che è difficilmente ignorabile. Si inizia col grigiore suburbano di “Biscuit Town” che tra Franco Zola e lame taglienti come cellulari Motorola dipinge il mondo agli occhi di Archy attraverso un beat sghembo e una linea vocale dai richiami rap. Arriva poi “The Locomotive”, perfetta transizione al post punk infettato di accordi acidi e jazz di  “Dum Surfer”, singolo trainante estratto dall’album e probabilmente pezzo migliore dell’intero lotto, che evoca un immaginario soprannaturale e inquietante tra piscio, taxi e sbronze da bar. A questo punto si penetra sempre più profondamente nell’interno, nel “Logos”, nel “Sublunary”, fino a raggiungere l’apatico climax con “Lonely Blue” e “Chzech One”. Ma ecco la scossa punk di “Emergency Blimp”, che insieme alla bluesy “Vidual” e a “Half Man Half Shark” alza il livello di energia del disco fino a riportarci in superficie con la bellissima title track e la conclusiva e sognante “La Lune”. “The Ooz” rappresenta quindi un decisivo passo avanti nell’esplorazione sonica dell’enfant prodige di Peckham rispetto al già significativo “Six Feet Beneath the Moon” (2013) e all’esperimento del 2015 “A New Place 2 Drown” (pubblicato però sotto il nome di Archy Marshall) nonché un’opera d’arte che mostra tutto il talento di un giovanissimo che ha ancora tanto da offrire.

Slipping into filth / Lonely but surrounded / A new place to drown / Six feet beneath the moon / He arose a bloodsucker / Painting black and blue objects with projections of himself / It was always about himself / He jerks inside / His guts twist / Sits in the big smoke and thinks of her / Me and you against this city of parasites / Parasite, paradise, parasite, paradise

 

ANNO: 2017
ETICHETTA: XL Recordings
GENERE: art rock, nu jazz, post punk, indie, trip hop

 

Guarda il video di “Dum Surfer”
Guarda il video di “Biscuit Town”
Guarda il video di “Half Man Half Shark”
Ascolta l’album

2 pensieri riguardo “King Krule – “The Ooz”

  1. Questo è senza alcun dubbio l’album che più ho ascoltato nell’anno precedente, fino a diventare io stesso blu come il caro Archy, effettivamente la malincolnia è più che evidente in molti pezzi. Un album che al primo ascolto non concepisci, ricco di sonorità e scelte di stile mai riscontrate prima (almeno per me), pezzi che sul disco sembrano quasi delle demo mentre sul palco vengono trasformate in adrenalina pura con almeno 60 bpm in più. Qui va riconosciuta la capacità del “rosso” oltre che tecnica una testa decisamente aperta, riuscito a distaccarsi dalle ritmiche di “6 Feet Beneath the Moon” per qualcosa che va oltre. Credo in pieno che qui ci sia stato un passo in avanti nella musica moderna.

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