Vent’anni di futili litigi: undici pensieri intorno a The Argument dei Fugazi

1 – Intro

Vento che leviga i monoliti monumentali di DC. Bocche che decidono nei castelli bianchi dell’autoritarismo comprato. Cervelli che fanno il contrario, il prezzo lo paga qualcuno. Qualche settimana fa due aeroplani hanno bucato due torri che sorgevano nel centro della nostra civiltà. Sono morti in molti. I cavi elettrici, vene dell’organismo post-industriale, si assottigliano fino a scomparire sullo sfondo di una pagina digitale: benvenuta era informatica. Raccordi autostradali con piloni di cemento: le macchine girano in continuazione. Sarà così anche domani, e il giorno dopo ancora. Siamo entrati nell’epoca dei conflitti futili.

2 – Cashout

Development wants
development gets
it’s official.

Cos’è il progresso? Una batteria oscillante, una conversazione tra bordini e rullante. Sembra cadere da un momento all’altro ma rimane sempre in piedi, e continua imperterrita aggrappandosi ad un basso cadenzato; una chitarra ricama delle frasi che stabiliscono la cadenza delle parole pronunciate. Il tutto si schianta contro un muro costruito con elettricità e crini di un archetto che cigola. Sintesi perfetta tra organicità e macchina. La società è sempre più ubriaca ed esausta, ma tutti vogliono un “dove”. Il progresso non si ferma, e ingurgita ciò che trova sui suoi passi storti, pesanti, malati. É per il bene di tutti. Questa è la prima risposta dei Fugazi.

3 – Full Disclosure

I want out.

Va bene, però io non ce la faccio già più. Voglio uscire, se no mi uccido. Come posso essere arrivato a questo punto? Penso che la polizza assicurativa che pago da anni mi abbia anestetizzato a tal punto che ora che inizio a realizzare dove mi trovo tutto mi crolla addosso ancora più vertiginosamente. Aiutatemi, vi prego. Ma arriva un ritornello, è orecchiabile, mi viene voglia di unirmi al canto della mia civiltà. Sì, canteremo tutti insieme, qualcuno mi illuminerà nel buio. Ma il radar è sempre acceso, e mi trovo tra capo e collo un’altra stilettata di chitarra. Sono tornato nel mio cerchio di autodistruzione paranoica.

4 – Epic Problem

This epic problem’s not a problem for me
and inside I know I’m broken
but I’m working as far as you can see.

Come lo chiudiamo questo pezzo? Dobbiamo trovare un modo per congiungere queste due parti. Sento che dovrebbero davvero stare insieme, ma in qualche modo non si toccano. Ignoriamo il problema, siamo tutti dei prodotti e, se siamo guasti, meglio nasconderlo a chi controlla o potremmo finire tra la spazzatura. Nervosismo e distensione sfogante, un lancio di batteria a cucire insieme i due lembi di un mostro di Frankenstein del ventunesimo secolo. Esito grandiosamente positivo: disperazione ed epicità.

5 – Life and Limb

Can’t breathe it out
you’ll just breathe it back again.

Un rilassamento improvviso si rivela ancora una volta un falso allarme. La cappa di smog non si è ancora mossa e tra un po’, se non ci muoviamo noi, saremo costretti a soffocare nel nostro stesso respiro avvelenato. A ben vedere, l’involucro puzzolente non ha nessuna intenzione di diradarsi, ma noi sfogheremo tutto lo sporco in qualche nuova forma di violenza che ci troveremo a portata di mano. Viva, viva, viva.

6 – The Kill

Academic or street education
obtain degree in annihilation
I’m not a citizen.

Una voce diversa per ricominciare a costruire tra le macerie. Le guerre della storia dell’uomo hanno raso al suolo civiltà intere, chi siamo noi per avere la pretesa di riconoscerci in qualcosa, di continuare a vivere con le nostre buone maniere e tradizioni, i nostri obiettivi, i nostri medicinali? Tutto è caduto, non ci riconosciamo nemmeno nel nostro status di cittadini. Ogni distinzione è una convenzione. Meglio starsene sdraiati in un campo con qualche provvidenziale tecnologia che ci permetterà di ascoltare in alta definizione un basso ovattato. Tanto l’uniforme che ci troviamo addosso non basterà a coprirci dal freddo anestetizzante che ci circonda, da tempo si è insinuato nelle nostre bocche, sotto le nostre pelli. Il secolo è appena iniziato.

7 – Strangelight

Fill my mouth with non-mouth spit
there was a light at the window
there was a light under the door
but it’s not there anymore.

L’intermittenza di un lampione guasto, la spia del carburante che illumina il quadro elettrico di un’automobile, una lucina fioca segna che il pc è quasi scarico. Tutto si sta esaurendo, l’intermittenza è la regola del gioco. Una strofa che sembra già spegnersi in principio nell’aria sulfurea, il ritornello che riaccende e riporta a terra, con la faccia grattugiata dall’asfalto. Il disco è appena stato girato, ma il tono del secondo lato è già chiaro.

8 – Oh

Go global like a round thing
go global like a hole.

Questo è il funk della globalizzazione, che continua zoppicando, cadendo, rialzandosi, zoppicando ancora. In tutto il disagio sottocutaneo che comporta vivere ora, raramente prendiamo delle scottature, degli avvertimenti. O meglio: raramente siamo capaci anche solo ad intravederli. L’orizzonte si sposta sempre più avanti, gli obiettivi frenetici alleggeriscono il carico sulle spalle, la strofa sembra sempre ricominciare da capo e ci piace così. Sappiamo benissimo che la canzone ad un certo punto sarà finita, e ci sarà solo buio. Ma questa stanza è così ben illuminata che non ti riesco a vedere nemmeno in questo momento, e quando tornerò a casa, ho la consapevolezza che potrò godermi il mio piccolo lusso personale. Signore, posso averne un altro?

9 – Ex-Spectator

Looking out for cars and mortality
trying to find some sort of geometry
avoiding mistakes
keep an eye on every step I take.

Scariche di pioggia elettrificata bagnano i tetti. Le case sono state costruite, insieme alle prospettive che governano l’esistenza, da architetti ed ingegneri la cui geometria ci sfugge. Mi aspetto che domani sarà meglio, anche se per oggi posso solo limitarmi a vivere la mia vita immacolata come uno spettatore esterno e avulso che guarda di sbieco. La mia logica è cadenzata da un groove infinito.

10 – Nightshop

“Who works for who?”, every asshole says
side saluting emptiness instead
but if I get to choose I’ll take something real.

Sto mangiando cibo di plastica nel minimarket notturno della stazione di servizio. Domani si lavora presto, e il concerto che ho appena visto è già rarefatto dietro le mie spalle. Davanti agli occhi sorge un immaginario da ghost town, e il motorik beat che ho in testa scorre più regolare delle macchine che sfilano nella loro anonimità.  È il tempo della nostra era, un ingranaggio inesorabile perfettamente oliato: tira avanti nonostante tutto, tira sempre avanti. Forse, se mi sarà permesso, anche io potrò ad un certo punto scegliere per me stesso, rivendicare la mia realtà, la mia consapevolezza. Se non mi sarà permesso, ci proverò con tutte le forze che ho in corpo, rivendicando la vita contro la vacuità. C’è una luce in fondo al tunnel, come si dice spesso. Brilla al ritmo di un cha cha cha cha.

11 – Argument

I’m on a mission
to never agree
here comes the argument
here we go.

EPILOGO: e quindi le guerre continuano a deflagrare in qualche angolo appannato dello schermo televisivo, connesso con un cavo piuttosto logoro al nostro cervello. La globalizzazione è un siero ospitato nell’ago di qualche puntura anestetizzante. Le differenze diventano malattie. Eppure nell’ultimo pezzo dell’ultimo album dei Fugazi c’è una possibile alternativa a tutto questo. Qualcuno diceva che i Fugazi hanno scritto le più belle canzoni d’amore della storia, perché nei loro punti più alti trasmettono la visceralità dell’attaccamento amoroso dell’uomo alla vita. In effetti, quando tutto sembra perso, una rullata improvvisa, una virgola di basso, un feedback lancinante e un riff sbriciolato possono fare qualcosa. Qualcosa di concreto. Ecco, forse il modo migliore per inquadrare cosa siano stati i Fugazi potrebbe essere questo: quattro persone che hanno sempre cercato di fare, nel senso più concreto del termine. Non hanno mai impugnato spade, non hanno mai salmodiato, hanno sempre esemplificato e agito. E con The Argument escono di scena con la consapevolezza e la dignità di chi non ha mai piegato una volta la testa nei confronti di nessuno. FVGAZI è un paradigma per la vita, più che una band.

Ascolta/compra The Argument

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